Una responsabilità pastorale che riguarda i territori
Mons. Mariano Crociata indica una presenza ecclesiale capace di unire pastorale, bene comune e partecipazione
Il cammino compiuto ha già aperto alcune piste pastorali. Felice Accrocca le ha raccolte nel volume Dove la vita non vuole morire. Per una pastorale delle Aree interne, pubblicato da San Paolo a Milano nel 2022. Al centro rimane la necessità di ripensare la distribuzione degli impegni e delle responsabilità nelle comunità, insieme alle forme della collaborazione ecclesiale.
Lo stesso Crociata aveva parlato di «un nuovo assetto distributivo degli impegni, delle responsabilità, delle collaborazioni» e di una «revisione graduale ma effettiva dei rapporti tra presbiteri, diaconi permanenti e laici» nel volume Mondi da custodire. Una pastorale profetica per le aree interne, curato da F. Accrocca e pubblicato da Queriniana. La questione tocca direttamente il futuro di comunità nelle quali la presenza stabile del presbitero diventa sempre più difficile.
Riorganizzare ciò che già esiste, però, non esaurisce il problema. Occorre riconoscere una soggettività più matura dei fedeli laici e una partecipazione più ampia alla vita pastorale. R. Repole, nello stesso volume, ricorda che quello del prete «non è l’unico ministero esistente».
Da qui nasce l’attenzione verso nuove ministerialità laicali e verso équipe pastorali capaci di accompagnare le comunità anche dove manca un presbitero residente. La dimensione battesimale e testimoniale di tutta la Chiesa torna così al centro, insieme a forme di servizio rivolte alla cura delle persone e all’educazione, come ha osservato F.G. Brambilla nel contributo La sinfonia dei ministeri battesimali nella Chiesa. Una proposta teologico-pastorale per le aree interne.
Il Cammino sinodale delle Chiese d’Italia ha parlato di «corresponsabilità differenziata». Il riferimento è al documento Lievito di pace e di speranza. Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, approvato dalla Terza Assemblea sinodale delle Chiese in Italia a Roma il 25 ottobre 2025, in particolare ai numeri 7, 16 e 61. È una prospettiva che M. Liut ha sintetizzato su «Avvenire» il 4 agosto 2026 con una formula altrettanto chiara: «una Chiesa che non chiede ai laici di prendere il posto dei preti, ma di assumere fino in fondo la responsabilità che nasce dal loro essere battezzati».
Le esperienze maturate nelle diocesi devono continuare a essere condivise. Il confronto tra pratiche già avviate può diventare occasione di verifica e fonte di ulteriore riflessione teologico-pastorale. La prima prospettiva indicata da Crociata riguarda proprio questo scambio tra quanto sta accadendo nelle diverse aree interne del Paese.
Il passaggio successivo allarga lo sguardo. Le condizioni delle aree interne coinvolgono la vita delle persone nel suo insieme e chiamano in causa dinamiche economiche, culturali e sociali. Una pastorale legata ai territori deve quindi misurarsi anche con la Dottrina sociale della Chiesa e con il bene comune.
Crociata lo dice con nettezza: «non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i nostri fedeli e le nostre comunità». Papa Leone XIV, nella Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, del 15 maggio 2026, al numero 42, offre una formula essenziale: «l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale».
Questo orientamento richiede però uno sguardo realistico sulle aree interne. Difenderle a ogni costo, immaginandole sottratte ai processi di trasformazione ambientale, economica e sociale che investono territori molto più vasti, rischia di produrre una lettura parziale. Allo stesso modo, affidare ogni risposta allo Stato e alle sue provvidenze può alimentare una logica assistenzialistica che non appartiene soltanto al Mezzogiorno.
Anche le scelte personali devono entrare nell’analisi. Chi lascia un’area interna lo fa talvolta per necessità, altre volte per una scelta consapevole. I giovani che decidono di studiare in università di altre regioni provengono dai piccoli centri come dalle città; dietro quei movimenti agiscono modelli culturali, aspettative personali e immagini del futuro che superano i confini geografici delle aree interne.
Pensare di trattenere comunque le persone nei luoghi nei quali sono nate non offre quindi una risposta sufficiente. La mobilità contemporanea è inserita in processi più vasti, sui quali incidono trasformazioni economiche e culturali di portata mondiale.
La Commissione Teologica Internazionale, nel documento Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano, del 9 febbraio 2026, parla al numero 77 di una vera «era urbana» (urban age). Al numero 78 richiama anche una crescente «de-territorializzazione» dell’identità personale e delle culture, favorita dalla mobilità, dalla riorganizzazione degli spazi della vita e dalla circolazione globale delle merci.
I numeri aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno. Come ha scritto S. Cassese in Un nuovo protagonista nel mondo: la città, pubblicato su «Il Foglio» il 20 luglio 2026, «il 58 per cento della popolazione mondiale è urbanizzata. Dunque, 6 persone su 10 degli 8,3 miliardi di abitanti della terra vive in città». Nel 1950 la percentuale era inferiore al 30 per cento.
La tendenza prosegue. Secondo gli stessi dati, nel 2050 circa il 67-68 per cento della popolazione mondiale, cioè 7 abitanti del pianeta su 10, vivrà in città. In meno di ottant’anni la quota di popolazione urbana risulta quindi più che raddoppiata.
Anche l’Italia si colloca dentro questo movimento. Le politiche per le aree interne devono fare i conti con una trasformazione di lungo periodo che nessuna singola misura economica o politica può invertire. Intervenire significa scegliere, dentro un processo già in corso, gli strumenti capaci di contrastare impoverimento e spopolamento tenendo presenti le connessioni tra territori.
L’attenzione pubblica verso le aree marginali ha inoltre una dimensione europea. L’Unione Europea ha messo in campo strumenti rivolti ai Paesi con reddito nazionale inferiore alla media comunitaria, a partire dal Fondo di coesione europeo. Il quadro normativo risale al Trattato di Maastricht del 1993 e, successivamente, all’articolo 177 del Trattato di Lisbona sul Funzionamento dell’Unione Europea del 2009.
A queste risorse si aggiungono quelle della Politica Agricola Comune. Più di recente è intervenuto il Next Generation EU, dal quale l’Italia ha tratto le risorse per il PNRR dopo la pandemia da Covid-19.
Sul piano nazionale, il riferimento principale è la SNAI, la Strategia nazionale per le aree interne. Il primo programma settennale ha operato dal 2014 al 2020 ed è stato poi rinnovato per il periodo 2021-2027.
La prima fase della SNAI aveva individuato 72 aree, comprendenti 1071 comuni, circa 2 milioni di abitanti e il 17% della superficie nazionale. Nel settennio 2021-2027 il Piano strategico per le aree interne, PSNAI, ha classificato altre 56 nuove aree e ulteriori 764 comuni, portando la popolazione complessivamente interessata a quasi 4,6 milioni di persone.
In questi anni sono stati predisposti progetti per 124 aree, con il coinvolgimento di 1904 comuni. Gli interventi riguardano servizi essenziali come sanità, scuola e mobilità. Nel primo settennio, tuttavia, è stata utilizzata poco più della metà delle risorse disponibili; anche il ciclo attuale procede con difficoltà, tanto che l’approvazione definitiva dei progetti è arrivata nel 2025.
Sul tema esiste ormai una letteratura ampia. F. Vespasiano, autore di La questione delle aree interne. Riflessioni sociologiche, pubblicato da FrancoAngeli a Milano nel 2024, ha accompagnato fin dall’inizio gli incontri dei Vescovi per le aree interne. Altri contributi sono raccolti in Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, a cura di A. De Rossi, Donzelli, Roma 2018, e in I margini al centro. L’Italia delle aree interne tra fragilità e innovazione di G. Carrosio, Donzelli, Roma 2019.
Alla stessa riflessione appartengono Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia, curato dal Collettivo PRiNT e pubblicato da Pacini Editore a Ospedaletto, Pisa, nel 2022; Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, a cura di F. Barbera, D. Cersosimo e A. De Rossi, Donzelli, Roma 2022; L’Italia lontana. Una politica per le aree interne, a cura di S. Lucarelli, D. Luisi e F. Tantillo, Donzelli, Roma 2022. Nel 2026 si è aggiunto Geografie digitali delle aree interne. Riconnettere per abitare di N. Fenu e P. Giaccaria, ancora per Donzelli.
Le politiche pubbliche hanno mostrato lentezze e inadempienze, ma hanno prodotto anche esperienze capaci di indicare un metodo. Crociata ne individua due caratteristiche. La prima è l’aderenza alla situazione concreta di ciascun territorio, perché dietro l’espressione “aree interne” convivono realtà molto differenti.
La seconda riguarda il metodo della progettazione. I risultati migliori sono arrivati quando, accanto allo Stato, sono stati coinvolti sindaci, enti pubblici e soggetti privati. Le esperienze portate a compimento mostrano che progetti costruiti sulle condizioni locali possono diventare a loro volta modello per nuove iniziative.
La collaborazione assume quindi un peso decisivo. Un territorio può trovare risposte durature quando le comunità locali partecipano alla definizione dei bisogni e alla costruzione delle soluzioni. Dentro queste comunità sono ormai presenti stabilmente anche quote rilevanti di popolazione immigrata, una componente che appartiene alla realtà sociale delle aree interne e va considerata nella progettazione.
Le iniziative calate dal centro mostrano limiti evidenti quando prescindono dai soggetti che vivono nei territori. Le pratiche di lavoro condiviso, invece, consentono di mettere insieme competenze e responsabilità diverse. È un metodo che incontra anche una sensibilità propria dell’esperienza cristiana della comunità.
Qui entra in gioco la Dottrina sociale della Chiesa. Papa Leone XIV ha dedicato proprio a questo ambito il suo primo autorevole e originale intervento magisteriale. Nella Magnifica humanitas, al numero 27, la definisce «non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario».
La scelta richiama una dimensione della fede che rischia di restare ai margini della vita ecclesiale. La questione riguarda la capacità dell’esperienza cristiana di avere una parola sulla costruzione del bene comune e di tradurla nella vita concreta dei territori.
L’impegno della Caritas, presente da tempo anche nelle aree interne, rimane vasto. Accanto a esso, Crociata individua uno spazio ancora da sviluppare: la capacità delle comunità cristiane di incidere nella costruzione di una società più giusta, più equa e più unita attorno a un progetto di futuro.
La carità stessa chiede di promuovere soggettività personali e comunitarie. Contrastare ritardi e arretratezze significa anche rendere le persone protagoniste e favorire una responsabilità diffusa verso il territorio.
Permane invece un divario tra la devozione privata dei fedeli e il rilievo pubblico dei principi che dovrebbero orientarne le scelte. Il Vangelo può diventare criterio di presenza sociale senza ridursi a un insieme di dichiarazioni astratte.
La storia ecclesiale italiana ha conosciuto la stagione della “scelta religiosa” e, successivamente, forme di forte presenza istituzionale. Oggi si pone la ricerca di un nuovo equilibrio, nel quale singoli credenti e comunità possano contribuire alla vita sociale nei luoghi in cui operano.
Serve anche una rinnovata coscienza civica. Le aree interne appartengono al bene comune e chiedono una responsabilità verso la cosa pubblica che coinvolga le istituzioni e la società civile. I progetti predisposti dagli organismi pubblici hanno bisogno della collaborazione di persone e comunità capaci di assumerne il senso e di concorrere alla loro realizzazione.
La Dottrina sociale della Chiesa offre qui alcuni criteri essenziali. Il primo è il primato della persona umana, richiamato anche dal Dicastero per la Dottrina della Fede nella dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana del 25 marzo 2024. A esso si lega la relazione costitutiva della persona con la comunità e con la società.
Da questa visione discendono libertà e uguaglianza sul versante della persona, solidarietà e sussidiarietà sul versante della comunità e della società. Mettere questi principi in relazione con le diverse dimensioni delle aree interne può diventare un esercizio concreto di discernimento ecclesiale.
Due sono, in questa prospettiva, le piste indicate da Crociata. La prima riguarda l’iniziativa della Chiesa nelle sue diverse articolazioni. L’istituzione ecclesiale può sostenere reti e progetti che cercano risposte ai bisogni dei territori mediante la collaborazione tra soggetti differenti.
Il gruppo dei Vescovi per le aree interne già opera dentro questo spazio. Il suo compito può affiancarsi alla formazione di persone capaci di prendere parte alla progettazione e alla realizzazione degli interventi.
La formazione deve tenere insieme motivazione e competenza. La partecipazione alla vita pubblica e l’assunzione di responsabilità sociali, amministrative e politiche rientrano pienamente in questo percorso.
La seconda pista riguarda i corpi intermedi. Il tema è strettamente legato al principio di sussidiarietà, richiamato dalla Magnifica humanitas al numero 13 attraverso le espressioni «corresponsabilità coraggiosa» e «logica della sussidiarietà». Al numero 67 Leone XIV afferma che «ogni uomo e ogni donna sono chiamati a diventare protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società» e che «l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa responsabilità».
Sul ruolo dei corpi intermedi si sono soffermati R. Brunetta, L. Becchetti, F. Felice, E. Giovannini e G. Vittadini nel volume Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni, pubblicato da Il Mulino a Bologna nel 2026. F.G. Brambilla aveva affrontato il tema in I corpi intermedi, figure del noi sociale. Per lo sviluppo della persona e la giustizia nella società, Vita e Pensiero, Milano 2019. Alla riflessione contribuiscono anche il Dizionario di Dottrina sociale e i materiali della Fondazione per la Sussidiarietà.
Il contesto nel quale questa riflessione prende forma è segnato dall’individualismo contemporaneo. Vi concorrono la cultura dominante e le dinamiche del mercato, il consumo e alcuni modelli del tempo libero, insieme ai social media, alle piattaforme digitali e all’intelligenza artificiale. Anche la destrutturazione della famiglia e alcune forme di sostegno economico pubblico possono finire per privilegiare il singolo cittadino, lavoratore e consumatore, rispetto ai nuclei familiari e comunitari nei quali si svolge la sua vita.
Tra individuo e collettività si indeboliscono così le forme di mediazione. Resta spesso un rapporto diretto tra il singolo e una massa anonima, con il progressivo svuotamento di strutture capaci di costruire partecipazione. È ciò che viene indicato con il termine disintermediazione.
Questo fenomeno accompagna l’illusione della democrazia diretta e l’affermazione del populismo, dove una massa senza volto affida a un capo la soluzione dei problemi. A ciò si aggiungono il logoramento della società, la perdita di fiducia nelle istituzioni rappresentative e la polarizzazione dell’opinione pubblica. In alcuni contesti si registra perfino un indebolimento dello Stato di diritto.
La risposta passa anche dal riconoscimento delle esperienze che contrastano l’isolamento e la frammentazione. Strutture di partecipazione e spazi di condivisione possono nascere attorno a obiettivi comuni, costruendo forme concrete di responsabilità condivisa.
Nelle aree interne questo significa sostenere realtà associative e reti tra soggetti sociali attorno a progetti precisi. Il Terzo Settore rappresenta uno degli spazi più promettenti, anche grazie alla legislazione che negli ultimi anni ne ha definito la configurazione giuridica e l’organizzazione.
La distanza dai servizi essenziali rimane uno dei criteri con cui le aree interne vengono individuate. Trasporti, sanità e scuola sono ambiti nei quali il singolo cittadino, e spesso anche una singola associazione, dispone di margini di intervento limitati.
La Strategia nazionale stessa prevede però un ruolo per le amministrazioni locali e per altri soggetti del territorio. È qui che associazioni, enti e altre configurazioni di corpi intermedi possono stimolare interventi, partecipare alla progettazione e collegare soggetti differenti attorno a un obiettivo condiviso.
Il tema ha una portata ampia. I corpi intermedi comprendono cooperative, imprese sociali, volontariato, associazioni territoriali, sindacati e realtà del Terzo Settore. Forme differenti, accomunate dalla possibilità di restituire alla società luoghi nei quali la partecipazione prende corpo.
Per i credenti, questa disponibilità trova nella fede una motivazione precisa. Partecipare a un progetto comune significa assumere la vita come compito e come responsabilità verso gli altri. Serve passione, insieme alla dedizione necessaria per trasformare una disponibilità personale in un lavoro condiviso.
La questione riguarda anche chi continua ad abitare le aree interne. Una comunità può reagire alla marginalità quando chi vi vive riconosce la possibilità di essere protagonista del proprio territorio e incontra altri cittadini, credenti e persone di buona volontà, disponibili a condividere lo stesso impegno.
È su questo terreno che una fede capace di animare la vita sociale può misurare la propria concretezza. Nei paesi e nei territori più fragili, la distanza dai servizi rimane scritta nelle giornate delle persone; accanto a quella distanza possono nascere associazioni, progetti e legami capaci di rendere ancora abitabile un luogo.



