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CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE

Amatrice, dieci anni dopo: memoria, ricostruzione e comunità

Nell’omelia per il decennale del sisma, il Card. Zuppi richiama il dolore, la speranza e la responsabilità di ricostruire insieme

“Ricordare fa anche male”. È da questa constatazione che prende avvio l’omelia. La memoria riapre la ferita e fa tornare le lacrime, ma vissuta insieme e affidata al Signore può restituire senso alla beatitudine evangelica di coloro che piangono e saranno consolati.

Gesù, ricorda Zuppi, non proclama beata la sofferenza. La consola, la prende su di sé e accompagna chi ne sperimenta la durezza verso una possibilità di speranza e di futuro. “Per questo Gesù ha pianto: per consolare le nostre lacrime”.

L’amore di Dio, prosegue il Presidente della CEI, “non è un palliativo, un narcotico per dimenticare e andare avanti, ma è sofferenza con chi soffre, sconfitta del male, ricostruzione di quello che è rovinato”. Il ricordo di Amatrice apre così lo sguardo anche su quanti oggi piangono per i terremoti e sulle vittime della violenza e della guerra.

La domanda posta nell’omelia è netta: “Che umanità c’è nel girarsi dall’altra parte, nel ridurre la persona a numero e la morte a contabilità?”. La compassione di Dio diventa allora criterio di umanità, capacità di condividere il dolore e di trasformarlo in vita, futuro e speranza.

Il terremoto aveva mostrato questa forza già nelle prime ore. Nello sgomento, ricorda Zuppi, ciascuno cercò di dare il meglio di sé, mentre soccorritori, volontari e cittadini collaboravano e provavano a sostenersi. Restano nella memoria anche i giorni trascorsi insieme nelle palestre, quando la comunità aveva dovuto ricostruire anzitutto una quotidianità possibile.

Il dolore di quei giorni rimane impossibile da contenere interamente nella memoria. Eppure il Salmo offre un’immagine capace di custodirlo: Dio conserva tutte le lacrime nel suo otre e le scrive nel suo libro, come ricorda il Salmo 56,9.

“È crollato tutto! Vi prego, salvateci…”. Nella notte del terremoto telefonate come questa arrivarono a migliaia ai vigili del fuoco e alle forze di soccorso. “Avevo pensato al peggio, ma questo è di più”, raccontarono allora alcuni di coloro che raggiunsero i paesi colpiti.

Le prime immagini restano consegnate alle testimonianze di chi arrivò sul posto. “Era buio pesto. Ci avevano detto che c’erano dei crolli parziali ma abbiamo trovato l’inferno. C’era odore di gas e i sopravvissuti che chiedevano aiuto per tirare fuori le persone da sotto le macerie”.

Il frastuono delle scosse, le urla, il buio e la polvere resero quelle ore difficili perfino da raccontare. Un sopravvissuto ricordò la propria casa devastata, il portone bloccato, le macerie e la terra che continuava a tremare: “142 secondi di distruzione, interminabili”.

Da quella esperienza emergeva la percezione immediata della fragilità umana. Lo stesso testimone raccontava di essersi sentito piccolo davanti a eventi tanto potenti e di avere avvertito il bisogno di ringraziare il Signore e, nel suo caso, anche i genitori che lo avevano “protetto dal Cielo”.

Un altro ricordo riporta al momento della scossa e a un abbraccio che poteva essere l’ultimo. “Stretti durante la scossa in un abbraccio che poteva essere l’ultimo, la paura si confonde con l’amore, e la storia e la geografia lasciano il tempo che trovano”.

Poi l’immagine del corso umbertino di Amatrice, ridotto in macerie, con la torre civica rimasta in piedi sullo sfondo. Poco distante furono allineati i corpi delle vittime nei luoghi dove, durante i giorni sereni della villeggiatura, si passeggiava o ci si fermava per un aperitivo.

Amatrice, ricorda Zuppi, comprende anche le sue frazioni. Una costellazione di comunità e case che soffrirono forse ancora di più l’isolamento e che continuarono con dignità a contare i morti.

Dentro quella “partita tra la vita e la morte” resta anche il recupero di una bambina sepolta dalle macerie. “Nella confusione si sente una vocina flebile che risponde. Scatta lo scavo a mani nude, nel terrore che un movimento o le scosse continue possano far franare tutto, chiudendo ogni speranza”.

Occorreva mantenere la lucidità mentre i sentimenti spingevano in tutt’altra direzione. Poi l’ultimo blocco rimosso, il varco aperto e quella voce ancora viva.

Il soccorritore ricordò il momento in cui la bambina raggiunse finalmente le sue braccia: “Quando finalmente siamo riusciti a liberarla, è stata lei a venire tra le mie braccia e a saltarmi al collo: in quel preciso momento non l’avrei voluta lasciare mai più. In tutto quell’inferno, tirare fuori un angioletto così, per di più vivo, è qualcosa di indescrivibile. Una cosa simile a quando prendi in braccio per la prima volta un figlio”.

Sono, osserva Zuppi, le parole che si sarebbero volute poter pronunciare per tutti. Da qui prende forma una delle immagini più forti dell’omelia: “Gesù è il primo soccorritore e anche sempre l’ultimo a restare là sotto. Ecco dove è Dio”.

Riemerge anche il ricordo dei funerali, celebrati sotto un tendone. Un Cristo in croce sostenuto dalle corde divenne allora un’immagine capace di raccogliere il senso della tragedia.

Dentro quella “Apocalisse che portiamo nel cuore”, la Scrittura indica però una città che scende dal cielo, da Dio, risplendente della sua gloria. “Costruiamola”, invita Zuppi. È l’immagine di una città ferita che può ancora ricevere vita e speranza.

La celebrazione cade nel giorno di San Bartolomeo. La tradizione lo identifica con Natanaèle, uomo segnato dallo scetticismo, capace di opporre la propria amarezza all’entusiasmo dell’amico.

Gesù gli rivolge parole personali, capaci di farlo sentire conosciuto e compreso. Zuppi lega quella pagina evangelica al desiderio di futuro di chi ha perso la casa, gli affetti e, in molti casi, tutto ciò che aveva costruito.

Il Vangelo offre un’immagine di cielo aperto e di angeli che salgono e scendono sopra il Figlio dell’uomo. “Vedrete!”. Cielo e terra possono incontrarsi, e proprio gli angeli diventano il segno di questa comunicazione tra Dio e gli uomini.

Anche gli esseri umani, osserva il Cardinale, possono diventare angeli gli uni per gli altri. Nei giorni del terremoto lo furono quanti risposero alla tragedia con gesti di amore e gratuità.

Papa Francesco fu vicino alle popolazioni colpite fin dalle prime ore. Monsignor Domenico Pompili ricorda che il Pontefice lo chiamò sul cellulare alle sette del mattino, poco più di tre ore dopo il terremoto, e che continuò a informarsi nei giorni e nei mesi successivi.

Quando arrivò nei luoghi colpiti, Papa Francesco disse: “Dal primo momento ho sentito che dovevo venire da voi! Semplicemente per dire che vi sono vicino, che vi sono vicino, niente di più, e che prego, prego per voi! Guardare sempre avanti. Avanti, coraggio, e aiutarsi gli uni gli altri. Si cammina meglio insieme, da soli non si va. Avanti! Grazie”.

Sono parole che, a dieci anni di distanza, Zuppi considera ancora vere. La vita continua a intrecciarsi con la morte e il carattere degli Amatriciani trova voce in un’espressione dialettale: “Quannu ne la vita va a fenì jo nterra Ha da tenè la forza de rearzatte e inizià la guerra”.

Già dieci anni fa si diceva che la ricostruzione dovesse cominciare dall’interno delle persone, oltre che dai mattoni. Il futuro richiede motivazione, slancio e la capacità di pensarsi ancora come comunità.

“Le difficoltà e i problemi – che ovviamente ci sono e ci saranno – non ci paralizzino e anzi rafforzino il senso di comunità”. L’amore diventa qui passione per il futuro e desiderio di consegnare vita a chi verrà dopo.

Papa Paolo VI disse che il cuore del Papa è come un sismografo capace di registrare le sofferenze del prossimo. È questa sensibilità, osserva Zuppi, che permette di comprendere l’altro e di fare proprie le sue sofferenze insieme alle sue speranze.

Sono stati dieci anni duri. Il processo di ricostruzione resta incompiuto, pur dentro la consapevolezza di quanto è stato fatto. La formula riportata nell’omelia restituisce bene questa condizione: “Amatrice non c’è più e non c’è ancora”.

Eppure, pezzo dopo pezzo, Amatrice riappare. È uno sforzo dalle proporzioni gigantesche, dentro un percorso che il Cardinale definisce anche un’avventura “fantastica”.

La distanza tra le persone e l’assenza della piazza rendono più difficile sentirsi comunità. Quella piazza, tuttavia, potrà tornare a riempirsi. La comunità, ricorda Zuppi, ha una capacità propria di rigenerarsi.

“Dio è comunità e ci ricorda che saremo una cosa sola, perché l’amore unisce, il male distrugge e divide”. La ricostruzione richiede l’impegno dello Stato e delle sue istituzioni, della Chiesa e delle persone, con la passione e la creatività che ciascuno può mettere a disposizione.

“C’è molto da fare ma il peggio è alle spalle”. È da qui che l’omelia torna all’immagine degli angeli che salgono e scendono, portando speranza, luce e futuro.

L’ultima invocazione è affidata alla Madonna di Filetta. “Soave e benigna e ornata di zelo la strada del cielo al mondo insegnò”. Dieci anni dopo il sisma, quella strada passa ancora tra le case ricostruite, le macerie che restano e una piazza che attende di tornare piena di persone.

Il 24 agosto, nel Campo Sportivo di Amatrice, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ha celebrato la Santa Messa nel decimo anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. Dieci anni dopo, la memoria resta legata alle vittime, ai sopravvissuti e a una ricostruzione che continua a interrogare le comunità.

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